Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

giovedì 11 maggio 2017

Una brutta evoluzione

I casi di violenza sono stati sempre frequenti nel nostro ospedale.
Ci siamo dovuti prendere cura di innumerevoli e talvolta efferati attacchi con panga (o machete).
Spesso ci hanno tenuti in sala per ore ed ore, cercando di riparare quello che il violento aveva causato in pochi minuti.
Di tanto in tanto si riceveva anche un paziente con una freccia conficcata da qualche parte dell'organismo. 
Estrarre una freccia arrugginita non è mai stato un gioco da ragazzi, e poi spesso comunque il paziente moriva perchè la freccia era avvelenata.
Anche le coltellate non mancavano, pericolosissime soprattutto al torace ed all'addome...ma di armi da fuoco praticamente non ce n'erano nei nostri paraggi.
Da un po' di tempo a questa parte le cose sembrano però cambiare, e non per il meglio: sono sempre più frequenti infatti i ricoveri per esiti di lesioni da arma da fuoco.
Talvolta il paziente arriva già cadavere, e lo possiamo solo portare in obitorio.
Altre volte muore subito dopo l'estrazione della pallottola, come è successo a quel poveretto a cui il proiettile aveva trapassato la colonna ed il midollo spinale a livello cervicale.
le ferite da arma da fuoco capitano soprattutto con i pazienti provenienti dal Nord, ma anche a Chaaria e dintorni le pistole ci sono eccome.


Oggi abbiamo ricoverato un paziente a cui è stato sparato più volte: ha una pallottola nel torace, una nella coscia ed un altra che è entrata ed uscita dalla gamba, causandogli una brutta frattura di tibia, e lasciandogli in sito molte schegge.
Aspetto la Dr Makandi che viene domani per imbarcarmi nella terapia chirurgica di questo paziente.
Ma non è un caso isolato: abbiamo dimesso da poco un uomo con un gomito distrutto da una pallottola. Per lui l'unica terapia chirurgica possibile è stato un fissatore esterno.
Le pangate non mancano mai, neppure in questi giorni,, ma è come se per me quello fosse un terreno più conosciuto su cui mi muovo meglio; ricevere persone "sparate" rappresenta per me una nuova frontiera con cui confrontarsi, sia dal punto di vista ortopedico che chirurgico.

Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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