Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

venerdì 8 settembre 2017

Un peso sul cuore sempre

La vita del medico in missione e’ davvero molto dura, non solo e non soltanto perche’ a volte i ritmi sono estenuanti e le condizioni di lavoro non eccellenti, ma soprattutto perche’ si e’ sempre molto soli con le proprie responsabilita’.
Ricordo quando in Italia potevo chiamare tutti gli specialisti possibili ed immaginabili, dall’urologo, al ginecologo, al gastroenterologo, al neurochirurgo… e chi piu’ ne ha, piu’ ne metta.
Non eri mai davvero solo, neppure quando eri di guardia.
Rammento anche la sicurezza emotiva che mi dava il pensiero di avere un primario sulla testa, al quale poter scaricare le responsabilita’ piu’ pesanti nei casi piu’ spinosi.
Ricordo anche la tranquillita’ che si provava nell’avere tutti a portata di telefono.
Qui la situazione e’ molto diversa!
Da sempre a Chaaria sono in posizione apicale, dapprima perche’ ero l’unico medico, ed in seguito perche’ ero il piu’ anziano sul campo, e quindi quello gravato del peso della responsabilita’ e dell’ultima parola.


La cosa e’ stata sempre molto pesante: l’essere sempre quello che prende la decisione definitiva, il sobbarcarsi ogni volta il peso della responsabilita’, senza poterlo mai condividere o delegare, e’ stato e rimane tuttora uno degli aspetti piu’ difficili del mio operato di medico a Chaaria.
A volte decidi che bisogna fare un cesareo perche’ la gravida e’ gravemente post-termine e puo’ andare incontro ad insufficienza placentare…poi stranamente il cesareo va bene, ma il bimbo non sopravvive.
Ecco allora che partono i sensi di colpa: forse avrei fatto meglio a lasciare ancora quel bambino in utero ed aspettare un travaglio anche molto ritardato! Forse in tale modo la mamma avrebbe ora una possibilita’ di partorire un figlio vivo.
Un’altra volta invece pensi che si possa aspettare a fare il cesareo anche nel caso di un travaglio prolungato; ritieni che un po’ di oxitocina possa incrementare le contrazioni di quella mamma esausta… ed alla fine lei partorisce un feto morto.
Un altro colpo al cuore! Se avessi deciso precocemente per il cesareo quando il battito cardiaco fetale era buono, invece di optare per l’induzione delle contrazioni, forse il neonato sarebbe sopravvissuto.
Non c’e’ mai una risposta univoca e certa, e non e’ mai semplice decidere.
Tutto quello che decidi puo’ essere sempre giusto o sbagliato: se e’ giusto, te ne dimentichi subito e riprendi a lavorare sodo; se invece e’ sbagliato, te ne porti il peso sul cuore e non hai nessuno con cui condividere questo macigno: hai deciso tu, hai sbagliato tu, ed ora sei tu a star male.
E’ un senso forte di solitudine quello che ti prende in quei momenti.
L’altro ieri ho deciso che un giovane di 28 anni che aveva riportato un trauma addominale in un incidente stradale, potesse essere trattato con atteggiamento conservativo.
Aveva un minimo di versamento ematico in addome, ma era decisamente stabile.
Nelle 24 ore seguenti la pressione arteriosa si e’ mantenuta buona e non c’e’ stata anemizzazione all’emocromo.
Ero contento della mia decisione: forse ha sanguinato dal fegato o dall’omento, ed ora non sanguina piu’.
Con grave sconcerto da parte mia pero’, ieri sera al giro serale ho visto che quel paziente era morto.
Nuova crisi!
Se lo avessi operato, ora forse sarebbe vivo!
Caso opposto mi e’ capitato otto giorni prima: un vecchietto mi chiede la prostatectomia; l’intervento va benissimo ed il nonnino e’ molto contento. Il lavaggio procede alla perfezione ed il paziente inizia ad alimentarsi in terza giornata.
Poi le condizioni inspiegabilmente peggiorano gradualmente: strano perche’ non ci sono segni di complicanze chirurgiche, non c’e’ anemia e la glicemia e’ a posto.
In 24 ore l’operato diventa emiplegico e poi va in coma.
Facciamo la TAC che dimostra un enorme infarto cerebrale.
La pressione era normale prima dell’intervento ed anche dopo l’ictus.
Il cuore e’ in ritmo e non fibrilla…e’ l’ineluttabile, o forse la sfortuna che ha voluto che l’ictus capitasse in quarta giornata post-operatoria, e non prima che lo operassi, ma e’ ovvio che ora sono di nuovo li’ con le mie paranoie ed i miei sensi di colpa.
Questi aspetti della responsabilita’ a volte sono quelli che assorbono la maggior parte delle mie energie e mi fanno stare piu’ male.
Rimane comunque il fatto che a decidere sono comunque praticamente sempre da solo, solo con i miei successi e soprattutto solo quando decido la cosa sbagliata o che comunque non sortisce l’effetto desiderato.
La morte sempre rimane quel nemico contro cui lui lotti in modo prometeico ma che sovente vince e ti lascia per ore e giorni in una situazione di grande desolazione.
Solo tu sai quello che provi, perche’ solo tu hai la consapevolezza che da una tua decisione (giusta o sbagliata) e’ dipesa la morte di una persona.

Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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