Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

martedì 5 settembre 2017

Far qualcosa per il tumore dell'esofago?

In questa parte del Kenya esiste una incidenza davvero spaventosa di tumori dell'esofago.

Nessuno ne conosce la ragione e da tempo sto cercando di creare un po' di attenzione a questa epidemia latente e misconosciuta.
Ne' le autorita' sanitarie locali, ne' quelle internazionali sembrano pero' prendere il problema con serieta'.
Non esistono studi al riguardo (almeno per la nostra zona) e quindi non ci sono ne' strategie per scoprirne l'eziologia e neppure un piano di prevenzione.
Spero che il nostro ospedale possa presto produrre un articolo scientifico che riesca a stimolare la comunita' scientifica internazionale su questo enorme problema, che non riguarda solo gli anziani, ma fasce di eta' sempre piu' giovani...nella nostra statistica abbiamo 109 casi di tumore al di sotto dei 28 anni di eta'!
I pazienti in genere vengono da noi quando e' ormai troppo tardi, quando cioe' non riescono piu' a deglutire neppure l'acqua.
L'esperienza cinese e giapponese, Paesi in cui l'incidenza di tale neoplasia e' altissima, dimostra che solo se si agisce in fasi molto iniziali, si puo' avere qualche speranza di guarigione o di controllo della malattia a medio e lungo termine.



Il problema e' che in fase iniziale tale cancro e' del tutto asintomatico.
Quando una persona vene per gastroscopia con tumore che ha gia' completamente ostruito l'organo, le metastasi sono assicurate e le possibilita' di guarigione, anche con radio e chemioterapia sono molto scarse.
In piu' si aggiunga il fatto che, anche nel caso fossimo in grado di fare una diagnosi molto precoce, sono rarissime le strutture sanitarie in cui si possa eseguire chirurgia dell'esofago.
Molti dei nostri pazienti poi non hanno i soldi necessari per la radio e chemioterapia, disponibili solo a Nairobi e dai costi davvero molto alti.
Quello che da anni abbiamo cercato di fare per questi poveri pazienti e' di non farli morire di fame e di sete.
Dapprima abbiamo iniziato ad inserire sonde nutrizionali direttamente nello stomaco (la cosiddetta gastrostomia): abbiamo avuto sopravvivenze discrete di circa uno e talvolta addirittura due anni.
Il paziente si alimenta con dei siringoni attraverso i quali inietta cibi liquidi ad alto contenuto calorico direttamente nello stomaco (uova crude, latte, succo di frutta, brodi di carne, zuppe di verdura). Ovviamente la gastrostomia migliora la condizione di vita perche' il paziente si rinforza e non sente piu' i crampi della fame.
Ovviamente non sentira' mai piu' il sapore del cibo!
Inoltre la gastrostomia non risolvera' il problema della scialorrea in quanto, se il tumore ostruisce completamente l'esofago, non passera' piu' neppure la saliva.
I pazienti quindi girano con borse di nylon in cui continuano a rigurgitare la saliva, diventano sempre piu' emaciati ed alla fine muoiono di stenti, e non di metastasi.
Da un paio di anno inseriamo invece anche il tubo di Celestin: si tratta di uno stent che passa attraverso il tumore, ed essendo armato con filo metallico all'interno, non permette alla neoplasia di stenotizzare l'organo. Si tratta ancora di un intervento chirurgico palliativo, ma il paziente si rimette in fretta.
In tal modo puo' riprendere a mangiare, pur dovendo mantenere una dieta semiliquida per impedire che il tubo di ostruisca. Sara' quindi in grado di sentire nuovamente il sapore dei cibi.
Con il tubo di Celestin la qualita' di vita e' certamente migliore rispetto a quella permessa dalla gastrostomia.
Inoltre si puo' anche pensare di toglierlo nuovamente nel caso il paziente trovi i soldi per radio e chemio e migliori tantissimo in seguito.
Il problema del tubo di Celestin e' il prezzo.
Viene importato dall'Inghilterra ed il prezzo e' di 250 Euro...una cifra enorme per i nostri pazienti.
Tanto per dare un ordine di grandezza comunque, al fine di sponsorizzare una persona per chemio e radioterapia ci vogliono circa 8000 euro.
Ci sono delle persone che non solo non possono permettersi chemio e radioterapia, ma neppure possono comprare il tubo di Celestin.
Il mio sogno un po' azzardato e' il seguente: non si potrebbe creare un fondo per l'acquisto di questi tubi, in modo che la spesa non gravi sul paziente?
L'aiuto che diamo sarebbe duplice: da una parte miglioriamo la qualita' di vita da subito e dall'altra facciamo risparmiare dei soldi che magari la famiglia potrebbe aggiungere agli sforzi per poter pagare chemio e radioterapia.
Lo so che e' difficile trovare donatori per progetti in qualche modo orientati a dei malati piu' o meno terminali.
Sono consapevole che e' piu' facile pagare per un chiodo endomidollare di femore, in quanto si ha la certezza di poter rimettere in piedi una persona fratturata. In questo caso la persona comunque morira' entro due anni, se non fa radio e chemio.
Ma pensate a cosa puo' voler dire per una persona con un tumore avanzato il poter ancora mangiare, il poter deglutire la saliva senza sputarla in continuazione, il non morire di fame.
Pensate che sia una pazia o ci possiamo provare?

Fr Beppe



Nessun commento:


Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


Guarda il video....