Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

venerdì 1 settembre 2017

Aspetti poco conosciuti dell'ospedale

Un mio amico spesso mi dice che e' relativamente facile togliere le persone dai villaggio, ma e' estremamente piu' difficile togliere il villaggio dalla loro testa.
Mi ritorna spesso in mente questa frase quando vedo certi comportamenti un po' irritanti in ospedale.
I gabinetti per esempio sono sempre otturati perche' le puerpere ci buttano in continuazione i pannolini, mentre piu' o meno tutti ci buttano le borse di nylon con i rifiuti...non che non ci siano i cestini per l'immondizia, ma loro che ne sanno di un servizio che si blocca visto che a casa il gabinetto non ce l'hanno o tutt'al piu' usano come latrina quella stessa buca in cui buttano la spazzatura?
Certamente con la ristrutturazione dei reparti abbiamo oggi gabinetti a sufficienza, ma molti preferiscono uscire dal camerone e urinare sul marciapiede. 
Lo capirei di persone anziane, ma spesso purtroppo sorprende malati e malate giovanissimi che rifiutano di fare due passi in piu' per raggiungere il servizio. 
Urinano davanti al reparto, incuranti dell'odore e del disagio che possono provocare agli altri che di li' ci devono passare, magari scalzi o con ciabatte davvero minime.
Chiudere i rubinetti poi pare una cosa impossibile per la maggioranza: inutile predicare che manca l'acqua e che quella che abbiamo e' costosa perche' bisogna pomparla con l'elettricita'. 


I rubinetti e le docce rimangono sempre aperti. Se provi a riprenderli, i pazienti sollevano le spalle e poi lo rifanno nuovamente in modo imperterrito.
Anche qui pero' bisogna capirli in quanto a casa un rubinetto proprio non ce l'hanno e la poca acqua la tirano fuori dalle taniche che raccolgono al fiume.
Per non parlare delle luci: sempre tutte accese, di giorno e di notte; ad accenderle sono tutti capaci, ma nessuno le spegne mai...ovvio che a casa quasi nessuno ha la corrente elettrica, e questo spiega tante cose!
E' una lotta impari, in quanto il "turn over" dei pazienti e' troppo veloce. Le donne in maternita' cambiano ogni due o tre giorni, e cosi' pure i pazienti ricoverati negli altri reparti. Fai la predica ad un gruppo e l'indomani sei da capo perche' i ricoverati sono diversi.
Ci vuole tanta pazienza, e soprattutto non dobbiamo pretendere dai pazienti dei comportamenti che sono troppo alieni alla loro cultura domestica.

Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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